LO SCRITTORE – 4

Improvvisamente dal pavimento ondeggiante vidi innumerevoli coppie di mani adunche, mozze e sanguinanti, che si dirigevano verso di me. Istintivamente protessi il viso con le mie mani. Non osavo difendermi. Avevo una terribile paura e mi chiusi a riccio rifiutandomi di guardare in giro...

Ci eravamo lasciati che mi avrebbe dato istruzioni per la pubblicazione del lavoro che mi aveva commissionato.. Intanto gli anni passavano e, se non facevo qualcosa, la mia opera, o meglio l’opera dell’Ipnotista, rischiava di rimanere chiusa in un cassetto. Fu il 19 febbraio del 1916, di venerdì, che ricevetti un pacchetto spedito con raccomandata. Il mittente era nientemeno che il dottor Mario Del Giudice! Feci un veloce calcolo mentale. Se era ancora vivo, doveva avere 93 anni. Nella busta c’erano due chiavi, di quelle vecchie e massicce. Il dottore mi invitava a recarmi al più presto a Pescara, nella Cappella di Sant’Antonio. Per me che avevo scritto il suo libro non era un segreto dove fosse la Cappella. Inoltre sapevo bene che il dottore era l’Ipnotista. L’idea di dovermi recare in quel posto misterioso mi rendeva molto nervoso, ma non potevo tirarmi indietro. Ormai non ero più un giovanotto e i miei sessantacinque anni me li portavo piuttosto male, a causa di numerosi acciacchi che aumentavano sempre di più col passare degli anni. Decisi di partire subito l’indomani, alle 10,00. Avevo una Fiat Punto nera. Dopo due ore mi fermai sulla litoranea di Pescara. C’era una panchina. Parcheggiai la mia auto e andai a sistemarmi su quella panchina. Volevo riflettere e non c’è niente di meglio, per farlo, che ascoltare il mormorio che viene dal mare. Il mare è stato per me sempre una fonte di ispirazione per i miei racconti e per le mie poesie. Dal mare ho ricevuto tanti suggerimenti anche per le mie scelte. Ero molto indeciso se andare fino in fondo a questa storia oppure no. Decisi di ascoltare i suggerimenti che mi venivano dal mare. Il tempo era asciutto e faceva piuttosto freddo, ma il cappotto di lana mi proteggeva bene. Alzai il bavero, per sentirmi più protetto, e abbassai la testa, calzai meglio il cappello e chiusi gli occhi. Ascoltavo il mare. Era molto agitato. La strada era deserta. All’improvviso sentii il grido di un gabbiano. Sembrava un lamento prolungato. Le onde del mare, colpendo violentemente la scogliera, mi avevano scagliato di rimbalzo alcune gocce d’acqua. Quelle gocce gelide sembravano dire di scuotermi e di correre in aiuto di chi aveva buoni motivi per lamentarsi. I segnali del mare erano chiari. Decisi di correre in aiuto dell’Ipnotista, ma prima dovevo pranzare. Entrai nel primo ristorante che incontrai. Ordinai un primo di spaghetti con le vongole e una frittura di pesce come secondo. Sapevo che le fritture mi facevano male, ma non me ne importava. Chiesi anche un quarto di vino bianco. Finii di pranzare alle tre. Presi un caffè e mi rimisi in macchina per dirigermi alla mia destinazione. Piazza dei Santi Apostoli non era più come me la ricordavo. La Chiesa era l’unica cosa intatta. La Clinica era completamente abbandonata. Era ermeticamente chiusa e sigillata. Guardando in alto, vidi tutte le persiane abbassate e sudicie per la polvere accumulata negli anni. Mi prese una profonda tristezza. Lasciai la mia Punto proprio davanti all’ingresso di quel grosso edificio in stato di completo abbandono e mi recai alla Cappella. Ma dove stavo andando? Quella Cappella era in uno stato pietoso! Il cancello esterno era completamente roso dalla ruggine e un’alta erba incolta e selvaggia riempiva gli scaloni che portavano al portone d’ingresso. L’erba alta e incolta mi segnalava che lì non poteva starci nessuno. Mi guardai in giro. Non c’era anima viva. Provai, con una delle due chiavi in mio possesso, ad aprire quel cancello. Si aprì subito, senza problemi. Continuai il mio cammino verso il portone, districandomi tra l’erba alta. Introdussi l’altra chiave nella toppa e la girai per aprire, senza alcuna difficoltà. Feci un po’ fatica a spingere il portone perché faceva attrito col pavimento. Decisi di lasciarlo socchiuso affinché filtrasse della luce, ma grande fu il mio sgomento quando, fatto il primo passo, quel portone, che avevo fatto fatica ad aprire, si chiuse in un sol colpo, lasciandomi in quel luogo completamente al buio. Trassi dalla tasca il mio cellulare. Lo accesi e attivai la torcia, un’applicazione che usavo spesso per farmi luce durante la notte. La mia prostata ipertrofica non mi consentiva un sonno lungo e profondo. Mi costringeva ad alzarmi almeno ogni due ore per andare in bagno e così avevo preso l’abitudine, invece di accendere la luce, di usare la torcia del mio cellulare, sempre a portata di mano. Rimasi male, quando mi accorsi, con sommo dispiacere, che l’applicazione non funzionava, anzi era proprio il mio cellulare che non dava più segni di vita. Si spense del tutto e non riuscivo più a riaccenderlo. Improvvisamente, come per magia, i due ceri sull’altare si accesero illuminando fiocamente l’ambiente con le loro tremolanti fiammelle. Non ho mai avuto una vera e propria paura di morire. Quello che ho sempre temuto più di ogni altra cosa è la sofferenza. Non riesco a sopportare alcun tipo di dolore, sia fisico che morale. Sentivo in cuor mio che stavo andando incontro a un dolore insopportabile, ma sapevo anche che non mi potevo tirare indietro. Pian piano i miei occhi si abituarono a quella scarsa luce e riuscivo a guardarmi intorno. C’era ovunque fuliggine e ragnatele. L’ambiente era, a dir poco, sudicio. Appoggiai la mano, per meglio sostenermi in quella penombra, su una panchina proprio davanti a me. La ritrassi subito con la brutta sensazione di aver riempito la mia mano di polvere, ammassata ovunque. Cercai di pulirmela, strofinandola sui miei jeans. Fu in quel preciso momento che accusai un giramento di testa. In realtà vedevo il pavimento muoversi come le onde del mare e sentivo dei lamenti che diventavano sempre più forti. Alzai le mani, mettendomi sulla difensiva. Improvvisamente dal pavimento ondeggiante vidi innumerevoli coppie di mani adunche, mozze e sanguinanti, che si dirigevano verso di me. Istintivamente protessi il viso con le mie mani. Non osavo difendermi. Avevo una terribile paura e mi chiusi a riccio rifiutandomi di guardare in giro. Ad un certo punto i lamenti diminuirono e sentii chiara, pacata e suadente una voce innaturale, cadenzata.

“Non avere paura. Vogliono solo accarezzarti. Sono morti che, attraverso me, cercano il tuo contatto, ma non potranno mai toccarti e non fanno alcun danno. Se la smetti di tremare e di aver paura, scompariranno ai tuoi occhi. È proprio la tua paura a richiamarli …”

Avevo subito riconosciuto quella voce, anche se erano passati molti anni e anche se era carica di dolore. Aprii gli occhi e dissi:

“Sei tu, sei l’Ipnotista?”

“Sono io.”

Aveva un aspetto molto triste. L’ultima volta che l’avevo visto non aveva niente di allegro, ma questa volta il viso esprimeva chiaramente una smorfia di sofferenza. Mi si avvicinò e mi poggiò una mano sulla spalla come se fossi un suo vecchio compagno. In realtà sentivo di apprezzarlo e di volergli bene. Forse lo conoscevo meglio di chiunque altro e sapevo che in vita sua aveva cercato sempre di fare del bene. Non sempre aveva fatto le scelte giuste. Di certo non era un santo, ma non mi sembrava neanche cattivo. Forse mi stava leggendo nel pensiero, perché abbozzò un sorriso che somigliava molto ad un’espressione di dolore e con la testa fece dei movimenti convulsi di consenso. Mi disse:

“Sai perché ti ho chiamato?”

“Certo, per il libro …”

“Non me ne frega proprio niente del libro. Fanne quello che vuoi. Pubblicalo, distruggilo, brucialo … Non mi interessa. Se mi interessava ti avrei chiamato prima, non ti pare?”

“Ma allora perché mi hai fatto venire qua?”

Ero palesemente preoccupato. Lui lo capì e cercò di addolcirmi la pillola. Non mi diceva in modo diretto il motivo della mia convocazione, ma mi stava portando pian piano al suo punto. Tirò fuori da una tasca un oggetto luccicante e me lo mostrò, dicendo:

“Ti piace?”

Osservai quell’oggetto. Era straordinariamente bello. Sembrava d’oro massiccio ed era impreziosito da pietre preziose e diamanti. Lo avvicinò alla luce del cero per farmelo vedere meglio. Riuscivo a vederne i dettagli. Era un crocefisso, ma sembrava un pugnale. Infatti terminava con una lama affilata. 

“Questo bisogna impugnarlo bene, perché la lama è affilatissima come un rasoio. La mano deve serrarsi bene sulle braccia del Cristo, altrimenti rischia di scivolare sulla lama affilata. Prova ad impugnarlo …”

“No, non ci tengo affatto …”

“Adesso ti racconto la storia di questo pugnale. Un mese fa stavo giù nell’ipogeo insieme alla mia adorata Clelia e ai nostri amici, Giovanni e Roberta. Parlavamo del più e del meno. Ad un certo punto Clelia mi chiese: ‘Ma che cosa è rimasto del nostro tesoro? ’ Io istintivamente misi le mani nel baule. Pensavo che fosse vuoto, ma non era così. C’era qualcosa che somigliava ad un astuccio di legno. Lo presi e l’aprii. Dentro c’era questo Crocefisso a forma di pugnale e un libretto, di poche pagine scritte in latino, che spiegava l’uso del pugnale. Il pugnale era servito nel tredicesimo secolo agli esorcisti per costringere gli indemoniati a scacciare satana dal loro corpo! L’esorcista conficcava il pugnale nel cuore della vittima, proprio dove dimorava satana, e dilaniava il petto fino ad estrometterne l’organo vitale. Quindi aspettava che quel cuore maledetto finisse di pulsare e raccogliendolo col pugnale lo scagliava nel fuoco che è l’elemento dove Satana trapassa agli Inferi, abbandonando questo mondo …” 

Cominciai a sudare freddo, intuendo le sue intenzioni. Come potevo io, che rispetto persino le mosche, che sono incapace di schiacciare uno scarafaggio, fare quello che stava pensando?

“Tu non ti devi preoccupare, faccio tutto io. Devi solo impugnare bene il pugnale e tenerlo ben fermo. Sarò io a spingere il mio corpo verso la lama. Però, dopo che io sarò già morto, dovrai continuare per forza tu l’opera iniziata da me. Dovrai girare la lama fino ad estrarre dal petto il mio cuore …”

Mi fissò con attenzione, poi si tolse gli occhiali scuri, scrutandomi coi suoi grandi occhi bianchi, e continuò a parlare, mentre io ero concentrato su come avrei potuto trovare la forza per realizzare il suo cupo progetto.

“Se pensi di non farcela, sarò costretto ad ipnotizzarti …Allora?”

“Dovrai farlo perché, ne sono certo, non avrò mai la forza di fare quello che mi chiedi …”

“Va bene, allora seguimi.”

Lo seguii a malincuore mentre dei crampi allo stomaco mi procuravano un dolore lancinante insopportabile. Scendemmo lungo le impervie scale che portavano sotto. Un fetore terribile mi rendeva difficile la respirazione e mi procurava dei conati e dei sussulti che torturavano il mio già malandato stomaco. La visione di tutte quelle ossa, che luccicavano di fronte alla luce eccessiva della lampada portatile della mia guida, mi costringevano i muscoli del viso in una smorfia pietosa. Camminammo per un bel po’ e ci fermammo davanti a tre scheletri le cui ossa erano rossastre. Era proprio da lì che partiva quel puzzo fetido. Erano rimaste solo le ossa, ma non erano pulite abbastanza. Portavano ancora lembi sottilissimi di carne che le rendevano di un colore simile alla ruggine. Due cadaveri erano a sinistra di un baule, mentre un altro cadavere era disteso a destra. L’ipnotista prese il baule e lo allontanò dal muro. Poi raccolse una bottiglia che era appoggiata a terra e versò tutto il contenuto nel baule. Disse:

“È benzina …Adesso faremo un bel falò.”

… INTERRUZIONE

Il passo letterario “Lo scrittore 4″ è tratto dal libro “POLVERE“, terzo volume della trilogia “IL SENSO DELLA VITA“.

Esso rappresenta l’Epilogo“, la fine della storia. Per tale motivo il finale è stato interrotto per evitare anticipazioni non desiderate al lettore propenso a leggere l’intero romanzo.

IL SENSO DELLA VITA

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Pubblicato da demartinoantonio

DOCENTE DI LINGUA INGLESE, SCRITTORE.

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