LO SCRITTORE – 1

…Sappi che io, purtroppo, sono condannato a non morire, per le scelte che ho fatto nella vita, ma mi sento il più morto dei morti…

Il 13 dicembre del 2008 mi trovavo a Pescara per affari di editoria. Una bella città, in cui non ero mai stato prima. Ad un tratto, passando per una piazzetta, provai la netta sensazione che in quel punto ci fossi già stato. Non mi sembrava una località sconosciuta, quale era in realtà per me. Tutto mi appariva familiare. Istintivamente lessi la targa marmorea del posto. “Piazza dei Santi Apostoli”. Quel nome non mi diceva niente, eppure quel luogo non mi era nuovo. Sulla mia destra vidi una Chiesa. Una forza soprannaturale mi attirava e mi spingeva ad entrare nel tempio. Io, lo voglio precisare, non sono credente e non amo entrare nelle Chiese. A tutt’oggi non ho ancora capito il perché, ma quell’edificio ecclesiastico non era come tutti gli altri. Si distingueva per dei particolari intrinseci che, però, non riuscivo ad identificare. Comunque, mi appariva come l’emblema del mistero della vita. Ho sempre amato giostrare mentalmente intorno all’inafferrabile verità soprannaturale, comunicata all’uomo attraverso una rivelazione divina, sebbene essa contrasti coi miei principi. Sono cose inspiegabili e arcane, così come era incomprensibile che mi sentivo risucchiato irresistibilmente, come un pezzo di ferro che viene attratto da una calamita, e non riuscivo a tirarmi indietro, provando, io stesso, un immenso piacere per quella violenza, che veniva realizzata su di me, costringendomi ad entrare. 

Mi soffermai nei pressi dell’acquasantiera, che, subito dopo l’ingresso, si ergeva, nella sua semplice struttura circolare di marmo bianco venato, su un piedestallo cilindrico, ricco di sculture floreali. Lentamente mi guardai intorno, alla ricerca di qualcosa o qualcuno che attirasse la mia attenzione. Ebbi l’impressione di essere solo là dentro. La luce era fioca, generata solo da alcune candele accese, ma riuscii ugualmente a distinguere che l’acqua santa era scarsa. All’improvviso, sotto i miei occhi, sembrava che friggesse come olio, per poi scomparire del tutto, evaporando in un getto di fumo che annebbiò per alcuni attimi la mia vista. Le poche candele accese si spensero e una tenue luce, senza apparente sorgente, illuminò una sagoma umana, proprio davanti a me. Posso giurare che prima non c’era, me ne sarei accorto. Apparve all’improvviso, come uno spirito. Aveva la testa china, con una guancia poggiata al centro della vasca, che cingeva tutta con le proprie braccia. Non potevo guardare quell’essere negli occhi, essendo egli girato di lato, ma la pelle del suo viso e delle sue mani era talmente pallida che sembrava appartenere ad un morto. Mi feci coraggio, con lo spirito scientifico di chi crede solo alle cose reali, e chiesi con un’insolita voce tremula:

“Chi sei? Perché non sollevi la testa e mi guardi negli occhi?”

Non mi fece ripetere l’esortazione. Alzò la testa e mi fissò. Raggelai! I suoi occhi erano strani almeno quanto lui. Privi di iride e di pupilla, erano grandi e completamente bianchi. Pensai che fosse cieco, ma lo pensai solamente. Mi disse, come se mi avesse letto nel pensiero, con una voce riverberata:

“Non sono cieco. Con questi occhi io sono onnipotente! Posso chiederti qualsiasi cosa. Potrei ordinarti di uccidere o di ucciderti e tu saresti costretto a farlo.”

Pensai che erano almeno vent’anni che non entravo in una Chiesa. Proprio lì dovevo entrare?

“Non sei tu che sei entrato. Te l’ho ordinato io.”

Mi aveva ancora una volta letto nel pensiero. Mi accorsi che non aveva parlato, ma era ugualmente riuscito a trasmettermi le parole. Stava comunicando solo attraverso la mente. Feci l’ultimo atto di coraggio e chiesi:

“Perché mi trovo qui? Tu chi sei?”

“Ho deciso di affidarti un compito importante. Questa chiavetta USB contiene dei ‘file’ audio, realizzati da me. Essi raccontano la storia della mia lunga vita. Ascoltandola, capirai chi sono e come sono diventato quello che sono. Il tuo compito consiste nel trasformare il linguaggio informale, del mio racconto orale, nella lingua scritta, che ti è tanto congeniale. Ho letto i tuoi libri e mi piace il tuo stile semplice, adatto a qualsiasi tipo di lettore. Per questo ho scelto te. Ti auguro di fare un buon lavoro che ti autorizzo a pubblicare, quando lo riterrai finito. Sappi che io, purtroppo, sono condannato a non morire, per le scelte che ho fatto nella vita, ma mi sento il più morto dei morti. La chiavetta è programmata per eliminare definitivamente tutti i ‘file’ in essa contenuti, allo scadere del trentesimo giorno, a partire da questo momento. Il tempo per trascrivere tutto. I ‘file’ non sono registrabili. Ora vai.”

Mi aveva ceduto la chiavetta, che incredulo stringevo nella mano destra, e cominciò ad allontanarsi da me, non verso l’uscita, ma verso l’altare, attraversando tutti gli oggetti sul suo cammino, come se fosse etereo, solo spirito. A un certo punto cominciò a levitare. Si alzò in alto quasi a raggiungere la volta della Chiesa, ricca di sacri affreschi. Gli gridai con quanto fiato avevo in gola, affinché mi sentisse.

“Ma tu …Chi sei?”

“Ascolta i ‘file’ della chiavetta e lo saprai. Non arrovellarti! Tutto quello che vedi è solo suggestione. In realtà io sto andando via, uscendo dalla porta principale.”

Avrei giurato, su quello che ho di più caro, di averlo visto andar via attraverso il soffitto. Uscii precipitosamente e quasi mi scontravo con una signora molto anziana, che aveva una corona tra le mani. Mi disse:

“Giovanotto, fai attenzione, quando cammini …”

Probabilmente quella signora non aveva una buona vista. Mi sentii lusingato per il ‘giovanotto’, ma se mi avesse guardato meglio, avrebbe notato i miei radi capelli totalmente bianchi e i profondi solchi delle rughe sulla mia fronte. Allontanai da me questi effimeri pensieri, avendo cose ben più serie a cui pensare.

“Mi scusi signora. Le prometto che starò più attento …Posso chiederle una cosa?”

“…Cosa?”

“Mentre veniva in Chiesa, ha visto uscire qualcuno, prima di me?”

“Sicuro. Un altro tipo strano che mi stava quasi facendo cadere. Ma andate sempre tutti di fretta?”

“La prego, mi saprebbe descrivere questo tipo?”

“Certo. Come dicevo, era strano. Aveva una mantella, era elegante. Un bell’uomo, ma mi ha guardato e mi ha fatto paura. Aveva gli occhi tutti bianchi. Era cieco?”

Mi allontanai di corsa dalla signora, senza rispondere alla sua domanda. Lasciai perdere tutti gli impegni che mi avevano condotto a Pescara. Mi misi in macchina e presi la strada di casa, viaggiando a tutto gas. 

Dopo due ore, arrivai a Frosinone, a casa mia. Col telecomando aprii il box, parcheggiai l’auto e, senza prelevare i bagagli, corsi sopra, nello studio. Ero curioso di inserire quella chiavetta nel computer e ascoltare il contenuto. 

Passai tutta la notte ad ascoltare una voce sofferente, dal timbro profondo, che raccontava della sua vita. Gli episodi che raccontava erano confusi. Evidentemente il narratore non aveva pensato ad ordinarli cronologicamente. Narrava le cose così come gli venivano in mente, in maniera casuale e magari per una semplice associazione di idee. Nei successivi trenta giorni, cercai di trascrivere ogni cosa a modo mio, senza trascurare alcun dettaglio. C’era proprio di tutto, avventura, amore, guerra, sofferenza, sventura, fortuna, mistero …Non mancava niente. Qualsiasi cosa pensavo, era presente nella sua narrazione. Provai a salvare uno dei ‘file’ audio con un nome diverso sul computer, ma, come aveva preannunciato il misterioso autore, il computer mi comunicava che l’operazione era impossibile da realizzare. Allo scadere del trentesimo giorno, il contenuto della chiavetta scomparve del tutto. Ero riuscito, comunque, a trascrivere ogni episodio nel mio computer.

 Decisi di trascurare il mio lavoro ordinario. Non avevo un vero e proprio contratto, ma solo un accordo amichevole con un curatore editoriale di Pescara. Gli davo una mano come correttore di bozze, quando me lo chiedeva. In qualità di scrittore ho pubblicato molti libri, per la maggior parte romanzi d’amore, ma senza un grande successo. Però riuscivano a farmi vivere sostanzialmente bene. Nel 2005, a 62 anni rinunciai del tutto a scrivere. Non avevo più idee, né voglia. Avevo perso del tutto l’entusiasmo, l’elemento fondamentale per scrivere. Alla luce degli ultimi avvenimenti, rinacque in me di nuovo quella voglia di mettermi in gioco e di dimostrare quello di cui ero capace. Mi proposi di sistemare tutto il materiale raccolto in un racconto organico nel rispetto della cronologia, facendo del mio meglio per comprendere il senso logico della successione degli episodi e capire anche la finalità dell’incarico ricevuto e la proiezione futura. A tale proposito, mi andavo convincendo, man mano che proseguivo nel mio lavoro, che lo scopo fosse di trasmettere agli altri una vena di ottimismo, una ragione di vita che spingesse ognuno a lottare contro l’egoismo per il trionfo del benessere comune e dell’amore. In realtà era proprio così. Ogni episodio trasudava amore per la vita, per gli altri. Il protagonista, aiutato dalla propria compagna, non disdegnava, nella realizzazione dei suoi sogni, di utilizzare generosamente il proprio potere e le proprie ricchezze. Ma nella parte finale c’era un capovolgimento della sua visione del mondo. Passava da uno speranzoso ottimismo al più cupo pessimismo, all’idea che nessun essere vivente può sfuggire al proprio ineluttabile e tragico destino. Egli non proiettava più i propri sogni in una realtà possibile, ma faceva diventare essi stessi la vera realtà, ovverossia la fantasia che essi rappresentavano, e si frantumavano in granelli di polvere, nell’imperscrutabile nulla circostante. 

A dire il vero, in questo nuovo modo di percepire la realtà lo sentivo molto più vicino a me. Riuscivo a capire meglio le sue ragioni e riuscivo a immedesimarmi perfettamente in lui. Alla fine, sgomento, sovrapponendomi al suo modo di avvertire il mondo reale, vedevo prevalere il senso della vanità di ogni cosa, per l’inesorabile avanzare del tempo che tutto cancella, sia nel bene che nel male. 

Nell’arco dei successivi tre mesi, riuscii a terminare una prima parte, quella che riguardava l’adolescenza e la giovinezza. Secondo me, l’età più bella per ogni essere umano, e potrei estendere il concetto a tutti gli esseri viventi, è l’infanzia, quando iniziamo i primi contatti con la meravigliosa realtà che ci circonda. Siamo indifesi e assorbiamo come una spugna tutto ciò che il nostro ambiente ci trasmette. Siamo curiosi, sempre alla ricerca di cose nuove. Un’età caratterizzata dall’innocenza, dalla capacità di sognare e di credere ai sogni e alle favole. Purtroppo, poco o niente faceva riferimento a questo meraviglioso periodo nella sua narrazione.

Il 2 Aprile del 2009 ebbi una gradita sorpresa. Erano le sette di una bellissima serata ed ero quasi arrivato alla fine della lettura di un libro alla ricerca di eventuali refusi da correggere. All’improvviso, avvertii la strana sensazione di sentirmi osservato. Mi voltai di scatto e rimasi attonito. Era proprio lui. Ben impiantato nella sua statuaria immagine, si stagliava imperiosamente in tutta la sua altezza. Aveva le gambe leggermente divaricate e le braccia incrociate. Era apparso alla sua maniera, senza annunciarsi al citofono e senza bussare alla porta. Lo vedevo chiaramente in tutti i suoi tratti. Aveva un fisico perfetto. Non gli davo più di quarant’anni. Eppure, a pensarci bene, era più vecchio di me di almeno vent’anni. Aveva 85 anni! Avrei voluto fargli tante domande, ma fu lui a parlare per primo, con la solita voce riverberata, ma suadente.

“Scusami per l’intrusione, ma ero curioso di sapere come te la stavi cavando con la mia biografia. Spero che tu stia bene in salute e ti auguro di star bene per festeggiare i cento anni.”

“Non penso proprio di arrivare a tanto. La mia salute non è molto buona, ma ti ringrazio per il cortese augurio. Per il tuo libro, sto a buon punto. Ho realizzato la prima parte. Dopo, se vuoi, la leggiamo insieme, ma ora accomodati, ti offro qualcosa da bere …”

Parlammo per almeno un’ora come buoni vecchi amici. Avevamo molte cose di cui parlare. Conoscevo quasi tutto della sua vita e lui sembrava che mi conoscesse abbastanza. Lo invitai a restare per cena ed accettò subito. Poi lo invitai a leggere personalmente dal computer la storia della sua vita. Non si fece pregare. Si accomodò al posto dove ero solito sedermi per lavorare e io mi distesi sulla poltrona ad occhi chiusi ad ascoltare ciò che lui leggeva con una voce cadenzata e suadente, dolce e profonda.

Il passo letterario “Lo scrittore 1” è tratto dal libro “AMORE E VENDETTA“, primo volume della trilogia “IL SENSO DELLA VITA“.

Esso rappresenta il “Prologo”, una cornice al romanzo vero e proprio, una storia nella storia.

Acquistabile nei due formati disponibili. Il formato ebook a €3,99 cliccando sul seguente link: https://amzn.to/3kogUaf

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Pubblicato da demartinoantonio

DOCENTE DI LINGUA INGLESE, SCRITTORE.

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