Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro
Magari è proprio leggendo questo post “LA VECCHIAIA DA CICERONE A COSTANTINI” che un esordiente può trovare la giusta intuizione. Conviene leggere con attenzione questa pagina del sito di NoiScrittoriNoiLettori: LA VECCHIAIA DA CICERONE A COSTANTINI. Un sincero augurio di successo a tutti gli autori esordienti e non che decidono di percorrere questa strada.
LA LEZIONE DEL PASSATO
LA VECCHIAIA DA CICERONE A COSTANTINI

LA VECCHIAIA DA CICERONE A COSTANTINI
Il libro di don Giovanni Costantini ‘Attraversando la senilità’ , da molti anni insegnante di Lettere latine e greche nella scuola secondaria e nello studio teologico del seminario, autore di una cinquantina di opere di poesia in dialetto vicentino e in lingua, definito da Raffaele Crovi “il più grande poeta cattolico italiano”, che scrive versi ogni giorno per dare “gloria a Dio che si è fatto uno di noi, il più bello tra i figli degli uomini, quella Parola Eterna che è Carne Nostra”, affronta il tema della vecchiaia e porta il titolo “Attraversando la senilità” (Nomos).
Sono sei capitoli, che segnano un crescendo di significato, dal disfacimento del corpo a una serena accettazione del declino verso la morte, definita la “Signora grigia”.
Anche Cicerone aveva posto mano allo stesso tema sostenendo che una vita intensa, vissuta per il proseguimento di ideali grandi e nobili, non può che approdare a una vecchiaia serena, ideale porto di pace in cui lo spirito può acquietarsi nella contemplazione felice di tanti bei ricordi.
Per Costantini invece non si deve “elogiare i bei tempi andati”:
“il presente è il tuo tempo,
stolto che ti martelli nell’inerzia”.
La vecchiaia è l’anticamera della morte, qualcosa che ci aspetta tutti e che ci rende menomati, inabili fisicamente, tardi
psichicamente, spesso sterili nei sentimenti, è l’età “peso a se stessi”, che vede il crollo del corpo: “sulle ginocchia contorte come pruni”, “e le mani si artigliano in silenzio”. “Sono versi inclementi, – commenta Alida Airaghi – spietati, che non ammettono morbidezze diplomatiche“: il vecchio “ingobba“, “si rattrappisce“, per cui alla fine
“lo inlettano: fagotto
che bofonchia e più stronfia
contro le sponde
a un vaporar di biacca”.
Il linguaggio del poeta è duro, icastico, antimelodico, dotato di un lessico astruso ed aspro, con neologismi e forme desuete: richiama il plurilinguismo dantesco, soprattutto quello dell’Inferno, che sembra offrire spunti per le immagini di dolore e di morte.
Gianni Giolo

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