Le ultime gocce di vino

di Mary Renault

di Ninetta Pierangeli

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Ad Atene, sul finire del V secolo, il “bell’Alessia”, di famiglia nobile racconta la sua vita e quella della sua città.

Alle soglie dell’età adulta, vinse i giochi istmici nella corsa, si fece conquistare dall’amicizia e dall’amore del compagno Liside, di poco più grande, salvò la sorella dalla crudeltà del padre, per poi affrontare anche lui la guerra, il lungo conflitto fra Atene e Sparta che durava dalla sua nascita. E il conflitto fra le due fazioni interne alla stessa Atene e a tutte le isole e le colonie della Ionia: il conflitto fra oligarchi e democratici. Una guerra all’interno dell’Ellade e una guerra dentro la stessa nazione ateniese che i due amici combatterono insieme nel mare, al seguito di Alcibiade, il comandante ateniese che più volte cambiò fronte, schierandosi con Sparta, con i persiani, con i democratici di Samo. Dopo che ad Egospotami la flotta ateniese venne distrutta dagli spartani, in città si insediò il governo dei Trenta tiranni, fra cui era Crizia. Quando questi parlava, la sua voce vi metteva a vostro agio, se eravate disposti a lasciare che fossero altri a pensare per voi.

In quei giorni,  ̶  Chi è morto, Fedone?  ̶  chiese Alessia che era andato a cercare l’amico.

“La città è morta e puzza. Ma Crizia il necrofilo non la seppellirà. Hanno approvato una legge che vieta l’insegnamento della logica.”

Era una legge contro Socrate che Alessia aveva frequentato fin da giovane. Insieme proprio a Fedone, Platone, Senofonte. Con loro aveva discorso e argomentato, parte di un mondo in cui la forza di una bella mente era ammirata ancora più di quella di una bella forma impegnata nei giochi o nella guerra.

Ritornai alla flosofia … Mi ci ero accostato da ragazzo, spinto dalla meraviglia per il mondo visibile, per conoscere le cause delle cose e per mettere alla prova la forza della mia mente come si mettono alla prova i muscoli nella palestra.

Ma la guerra fu crudele. Portò  alla fame la città che poc’anzi era ricca e temuta. Ormai a un uomo, per salvarsi, non bastava più stare attento a ciò che diceva: doveva vendere l’anima, e molti lo facevano.

Il racconto del bell’Alessia termina con la morte dell’amato Liside. Non avevo ignorato che ciò che amavo era mortale  ̶  dice il giovane, pur cosciente che l’anima alata ascende dall’amore all’amore, , dalla bellezza che è nata e muore alla bellezza eterna, (…) di cui la bellezza mortale non è che un ombra.

Rimane, in fondo al libro un epilogo: il figlio di Mirone, nipote di Alessia e che portava il suo stesso nome, aveva trovato queste carte e le aveva rilegate. Ma chi era quest’altro Alessia? Filarco delle cavalleria di Alessandro, re di Macedoania, capo supremo di tutti gli elleni.

Alessandro, dopo Filippo,  fu il vero vincitore delle lunghe guerre fra Sparta e Atene e fra oligarchi e  democratici. Chissà quante volte avrà partecipato al gioco del Kottabos, nel quale le ultime gocce di vino rimaste sul fondo della coppa e lanciate designavano un vincitore.

Nel racconto, il bell’Alessia aveva ricordato: Sul santuario di Apollo a Delfi, ombelico del mondo, sta scritto “non eccedere”.

Sappiamo noi che ha ecceduto Atene nel suo gioco imperiale e, sappiamo che ha ecceduto anche Alessandro, come canta il buon Vecchioni:

Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione
E quando fu di fronte al mare si sentì un coglione
Perché più in là non si poteva conquistare niente
E tanta strada per vedere un sole disperato
E sempre uguale e sempre come quando era partito

E dopo tanto conquistare  militarmente, e dopo tanto diffondere la cultura greca, alla foce dell’Indo, della grandezza di Atene  rimane per sempre la voce socratica:  O troveremo ciò che cerchiamo , o almeno ci libereremo dalla convinzione di sapere ciò che in realtà non sappiamo.

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Pubblicato da Ninetta Pierangeli

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